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domenica 1 giugno 2014

La barba d'oro di Godot

Titolo: La barba d’oro di Godot. Profili di poeti e artisti del nostro tempo
Autore: Augusto Benemeglio
Editore: Edizioni DivinaFollia
Collana: Fuorionda
Prezzo: € 15.00
Data di Pubblicazione: 2014
ISBN: 8898486286
ISBN-13: 9788898486281
Pagine: 246
Reparto: Studi letterari > Storia e critica della letteratura > Studi letterari di carattere generale




1^ CANZONE DI CESARE CHE RIASSUME UN PO’ IL SENSO DEL LIBRO

INTRODUZIONE DI ANNA MARIA
 
2^ CANZONE DI CESARE

1° intervento di ROSARIA

LA (S)CAREZZA DI DIO
“Io sono venuto nel mondo con la mia anima nuda a portare
lo spirito e il fuoco, per volontà di Dio. Non fate che la mia
opera ricada su me medesimo e diventi vaniloquio, o polvere
che il vento disperde”.

1. Il dono di un’amica.
Una cara amica dello spirito mi dona un libro, “La versione
di Giuseppe”, poeti per don Tonino Bello, Accademia di Terra
d’Otranto- Neobar, 2011. Ed ecco, in copertina, una mano che
carezza una maschera bianca, con incisi tutti i nomi dei poeti.
La carezza perpetua di don Tonino, – mi dico – e le sue parole
che ardono, che palpitano ancora negli universi che si sgranano,
i suoi battiti nell’ombra, gli spazi che si animano e diventano
anima mundi, madre di tutte le razze erranti che si trovano
insieme sulla cima, sul pinnacolo, nell’empireo e carezzano i
cieli, le galassie, e si sfiorano tra loro, e ogni carezza dura un
secolo, mille anni per dio e per l’uomo, un tempo identico, un
identico volare, un identico franare. L’amica mi riapre,
d’improvviso, una radura di memorie, verdi esclamazioni, in
cui fischia il vento tra i rami di mare. Ecco Leuca, il mare che
lui amava, con le sue grotte, con le sue sirene, e ci andava a
nuotare, possente, il giovane Tonino, con le sue braccia ampie,
tra due palme e una fanciulla scalza, e levava in alto il suo
sguardo infinito, quel suo guardare senza tempo. Mi fa risalire
l’istante, su, su, in cima a una colonna di stilita, nelle campagne
di Ugento, dove Lui tornò al tempo della malattia e per un
attimo riuscì ad issarsi lassù, come un vecchio anacoreta
dell’Asia Minore che disfiora ancora, con la mano scheletrica,
quel tempo lontano del Seminario, Ciao ciao, bye bye, a quel mio
tempo infantile, il più stupido, il più pazzo, delirante, fecondo,
l’unico che conti veramente. Era quello il mio tempo in cui
“aspettavo don Tonino”, portando in giro il mio Barnum, il mio
carro di Tespi, una compagnia teatrale formata da vecchi e
bambini, in bilico tra Gallipoli, Mancaversa, Santa Maria al
Bagno, Alessano e Leuca, e poi lungo le curve larghe della
costiera, dal Ciolo alla Zinzulusa, alla grotta dei Cervi, fino a
Otranto, “culla delle storie estromesse, lutto oltremare, religiosissimo
bordello, casa di cultura tollerante di confluenze islamiche,
ebraiche, arabe, turche, cattoliche”, come scrive Carmelo
Bene, conterraneo e coetaneo di Tonino.
2. ABELE LONGO
Forse quello era lo stesso tempo in cui Abele Longo,
l’ideatore e il curatore di questo libro, allievo del “fratello vescovo”,
era all’Università di Bologna e recitava ancora quei
versi leopardiani, ben noti a generazioni e generazioni di studenti,
che oggi magari ripete in inglese: “Silvia, do you remember
still/ that moment in your mortal life”. E ricordava costantemente
quello strano prete della sua regione, insegnante di religione,
al Liceo di Tricase, che una volta lo difese, si schierò
con lui, debole inerme studente, per giunta ateo, contro il potente
preside, molto credente. E da allora non se ne è mai potuto
staccare, in tutte le sue faticose peregrinazioni nel mondo, lo
ha sempre inseguito, da lontano, per ritrovarlo molti anni dopo
nelle “lettere immaginarie”, in questa sua “carezza di Dio”.
Forse anche lui, come è successo a me, a rileggere le sue parole
profetiche, gli è scoppiata nel cranio una sorta di esplosione
silenziosa, che non sai bene che cos’è, uno zac, un crack, un
click che è illuminazione e cecità insieme, ed è difficile da risalire.
Tu ti trovi solo e disperato, ai margini del dubbio (si dice
che la vera fede è sempre dubbiosa), con specchi infranti, fantasmi
nell’armadio e i barlumi viola della disperazione, sei arrivato
“al muro/ che vien detto futuro”, e t’arresti di botto: ti
senti estraneo, in permanente esilio. Esiliato dallo spazio (la tua
regione, il tuo Salento di rocce a mare), esiliato dal tempo passato
(i volti e i nomi della tua infanzia e adolescenza), esiliato
dalla vita (quel continuo viaggio nel sogno, nella notte, nella
morte, come un viaggiatore ironico, lieto, disperato, fraterno) ti
senti come l’ultima rondine, l’ultima lucciola, l’ultimo pipistrello.
E allora eccoti con la sfera di cristallo a scrutare il futuro
(che è un muro alto e duro), rivisitando il passato, che è
memoria di memoria, quando conoscemmo, forse allo stesso
tempo, quest’uomo nobile e sublime, un maestro, un mito, un
profeta, un santo, un amico, che, aveva lo sguardo di un falegname
antico, lo sguardo di Giuseppe, che sapeva accarezzare
le cose fatte con la sua mano, la mano dell’uomo …

BREVE COMMENTO DI ANNA MARIA

2° intervento di ROSARIA

3. La “scarezza” di Dio
Ma leggendo meglio “questo omaggio a don Tonino, che
vede la partecipazione di ventuno poeti di tutta Italia” mi accorgo
d’essere completamente fuori strada. Infatti quella mano
in copertina, opera di Malos Mannaja, alias “Buon contadino,
Medico mediocre, Pessimo scrittore” (parole sue, tra il lusco e
il brusco, tra il serio e il faceto), non è la carezza di Don Tonino,
come io pensavo, ma è “La scarezza di Dio”, il che sembra
ribaltare completamente tutta la lezione di Tonino, uomo di fede,
uomo tutto evangelico, che assunse su di sé tutto il “nero
della vita”. Del resto i molfettesi lo ricordano bene, quel vescovo
strano e folle, andarsene, di notte, con la sua scassatissima
cinquecento, per le strade della città, – non con la lanterna
di Diogene, ma con la croce di Cristo sul petto, – in cerca
dell’uomo di oggi, del barbone, dell’alcolizzato, del drogato,
del disperato e portarselo al vescovado, ripulirlo, lavarlo, rifocillarlo,
e mettendolo nel suo letto, per andargli a scoprire le ali
(un’ala soltanto) d’angelo sceso sulla terra. Ed ecco la veneta
Fernanda Ferraresso, come se avesse visto quel film, seduta in
ultima fila, seguirlo passo passo sul Golgota molfettese, coglierne
il momento, il passaggio, il transito, il suo farsi “Complice”
della storia, poeta cristiano, alla maniera borgesiana,
che assume su di sé tutto il peso delle tenebre: Se non prendevi
per te/ tutto il nero della vita / Non eri contento/Era dal nero
che riuscivi a scrivere poesia/ E ti cantava nella bocca
d’estate/La fonte dell’acqua il coraggio che salta/ tra le pietre
senza rompere la corrente.
Perché questa “scarezza”? Non è forse lo stesso Dio di Tonino?,
il Dio degli umili, il Dio tra gli uomini, che soffre, che è
privato di tutto, che è messo mille volte alla prova, che viene
torturato e ucciso in modo infame (la croce) come il peggiore
dei delinquenti? Non è forse lo stesso Dio che apre la porta ai
pubblicani e alle prostitute, sempre schierato con gli ultimi, il
Dio del popolo? E don Tonino è sceso – come pochi esseri al
mondo – negli abissi dell’anima popolare, lui stesso era schietto
figlio di popolo, era per la grandezza di un Sancho Panza,
dell’everyman che è in ciascuno di noi. E allora perché questa
“scarezza”?
4. Un lavoro senza parrocchie
È una dritta? Un orientamento, una chiave di lettura, un enigma
da risolvere di questo libro che nasce come protesta,
come desiderio ultimo, come disperazione, come SOS? Questo
libro che vorrebbe essere considerato “come un unico poemetto”
(ma non lo è, né potrebbe esserlo, per svariati motivi legati
ai diversi stili, toni, registri, credenze religiose, e alle caratteristiche
proprie dell’antologia, un genere letterario che Sanguineti
definiva “anfibio”, che oscilla sempre tra il museo e il manifesto),
è frutto di “un lavoro senza parrocchie”, mi dice Abele.
La scarezza di Malos coglie l’abisso che un ateo si trova ad affrontare:
la morte, il nulla. Per un credente rimane una porta
aperta, forse. È vero, verissimo. Questo è un (bel) “libro pensato
ad alta voce”, nato per essere declamato, e ci sono alcune
voci “contro”, un corpo a corpo con un dio che non c’è, un dio
in fuga alla maniera caproniana, e con echi di satira prevertiana:
“M’apparve Dio, ritratto mentre usciva a prendere le sigarette/
il giorno del *Big Bang*/lasciando il gas aperto in universo”,
e finali disperati: “E se qualcuno ho infastidito abbiate fede:/
prima o poi piove / e tutto il gesso (e il sangue) (e il colle)/
slava/ via”.
“Nella sua dolcezza vi è anche l’asprezza”, scrive Nina
Maroccolo, riferendosi a don Tonino, “artigiano di luce”, che
ha perduto la fede, che dialoga con l’umilissimo San Giuseppe,
l’uomo delle carezze (inutili?), in una suggestione eliotana, o,
meglio, claudeliana …
La verità è che brancoliamo un po’ tutti nel buio, siamo tutti
un po’ naufraghi su una zattera di dannati e ci sembra difficile
l’approdo. Ma il bisogno di Dio – come diceva Caproni – “non
è mio, ma dell’Umanità”, è soprattutto il bisogno di un poco di
giustizia, di un poco di luce, di un poco d’anima, in tanta massa
condizionata dai potenti mezzi di diffusione (e di educazione
alla rovescia), dove le parole sono “stracci o frecce di sole”,
dove per risolvere la questione della vita basta “il sesso e la
partita/ A noi resta (miseria di una sorte)/ da risolver la morte”.
E allora la “scarezza” di Dio potrebbe essere la sua assenza,
il suo esilio, che significa esilio dell’uomo da Dio, cioè da
ogni cosa e da ogni luogo. Ma forse l’unico pensiero che ha attraversato
Abele nel proporre quest’iniziativa, è stato quello di
ricuperare, del grande maestro e amico, “almeno” la poesia
(“Ah, poesia, poesia, / tristissima copia/di parole, e fuga/
dell’anima mia”).
5. I poeti di don Tonino
Ed allora ecco prendere forma “ poeti per Don Tonino”, uno
che aveva il dono carismatico della poesia, e credeva nella sua
forza rinnovatrice, trasformatrice (“Chi sa che qualcuno, complice
la poesia, non venga più facilmente indotto a cambiare
genere di vita”). Questo il motivo vero, il senso vivo e vitale
che lo ha ispirato e convinto tanti poeti di tutta Italia ad aderire
a questa iniziativa, che rientra nel quadro delle celebrazioni
della dodicesima edizione del festival “Il Montesardo”, che si
svolge ormai da anni ad Alessano, piccola patria del fratello
vescovo.
Pochissimi, o quasi nessuno dei poeti, ha conosciuto il profeta
della pace, tuttavia ciascuno l’ha cantato secondo la propria
sensibilità, credo, stile, e gli strumenti a sua disposizione.
In fondo saper suonare bene il proprio strumento – come diceva
Fellini – è il segreto per dare un senso alla propria esistenza.
E allora ecco il flautista di Ruvo di Puglia, che ha visto “uccidere
i morti” e la giovane matematica dolomitica che confida
nel “fiato della neve”; una napoletana metafisica che argomenta
sui “porcili d’oro” e sullo “stupore dello spazio”; e poi il
ciociaro informatico “raddrizzatore di nuvole”, ancora la ragazza
veneta innamorata del filo d’erba whitmaniano, il fisico
lombardo del “mutamento perenne delle cose”; la sarda di Jerzu
che parla, alla Neruda, della “poesia che è venuta a trovarla”, il
pessimista di Terlizzi della “poesia che non avanza” in un
mondo “impoetico e mafioso”. E poi la salentina giramondo
che parla della biforcazione del pensiero e della “crepa nel muro
di maya” , della poesia vista dal buco della serratura; e ancora
l’italiana schilleriana di Lipsia che vede i poeti come “piccoli
falegnami dell’idea”, la romana che non ama le maiuscole,
ma sa tutto delle “cose che soffrono”. E c’è ancora “quello
dell’ultimo pianeta”, delle ultime braci, alla Marai, e della decomposizione
poetica. E poi il salernitano del “primo amore”,
delle farfalle e del “bisogno di tenerezza”. Infine c’è quello delle
carezze trattenute, e del “fragile ponte che sono le parole”.

3^ CANZONE DI CESARE

1° INTERVENTO DI PIERO

MI HANNO DETTO DI OFELIA
1. Ofelia
Ho promesso a Cristina che l’avrei letto questo suo libro,
Mi hanno detto di Ofelia” e in effetti, ora che è primavera,
l’ho letto e riletto, l’ho udito dentro di me, passar fuori, e lo
riodo fuori di me, passar con me come un fiume che scorre ai
miei piedi. Ecco la bianca, l’Ofelia di Rimbaud che ondeggia
“sull’acqua calma e nera/dove dormono le stelle / come un gran
giglio” E l’Ofelia dietro la finestra di De Andrè (“Mai nessuno
le ha detto che è bella/ a soli ventidue anni / è già una vecchia
zitella/La sua morte sarà molto romantica/trasformandosi in ora
se ne andrà /per adesso cammina avanti e indietro/la via della
Povertà), e infine l’Ofelia tragica di Virginia Woolf, perché
senza madre e senza modelli femminili, senza identità ( “la sua
identità se ne è andata quando le forze maschili non hanno più
diretto le sue azioni”), l’Ofelia che in fondo non è mai esistita
come donna, ma solo come personaggio, archetipo maschile (e
maschilista) di donna a cui tutto è negato, in primis la libertà.
Ma perché Ofelia? “Perché abita dentro ciascuno di noi, –
dice Narda Fattori – coi suoi misteri, segreti e le sue acque, il
suo mal di vita che si intreccia e fonde col mal di morte”. Perché
Cristina è una che attraverso le sue poesie dà voce e forza
alle donne – dice Carmen Lama -, una funzione che svolge con
profonda empatia, e dare spazio ad Ofelia, in una società e in
un mondo monco, è una scelta simbolica forte. Diventa per il
lettore una chiave di lettura dei suoi testi poetici
2. Pescatori di nebbia
Vi confesso che ho scoperto anch’io una certa fratellanza
con l’Ofelia di Cristina, che contro il silenzio e il rumore inventa
la Parola, “libertà che si inventa e mi inventa ogni giorno”,
diceva Paz. Direi che ho avvertito anche un senso di riconciliazione,
e mi son detto, Oh, sì, è vero che la poesia lascia
sconfinato al più alto grado il suo universo, anche quando parla
di un’ Ofelia in mezzo ai pomodori verdi fritti e ai muri
sbrecciati, erba, sassi, zip che s’inceppano, pessime chiusure
del tempo, o aperture a latere, losanghe di arlecchino; o fotografie
fatte di vento. La poesia è per Cristina Bove, napoletana
di Roma, come lo era un po’ mia madre, una parabola
dell’impossibile, una tazza di tè nel lavandino che si trasforma
in una nave oceanica che viaggia in cerca di sirene senza canto
e in un paio di rose (che) scolorano di petali il giardino. Su fogli
bianchi senza limite, né termine, ogni sua poesia è un tentativo,
diciamo meglio una “tentazione”, un‘inquieta restituzione
della parola vivente in oceani di solitudini. In fondo la sua Ofelia
sta nella nebbia dei sogni di un quadro, di un nota musicale,
di un verso liquido e noi
siamo pescatori di nebbia
nell’attesa di vivere davvero.
Siamo macerie di silenzio
della storia dell’uomo.
3. Proteo
In una poesia – diceva Borges – la cadenza e la collocazione
di una parola possono pesare più del suo significato. E ogni
verso dovrebbe avere due doveri: comunicare un fatto preciso e
toccarci fisicamente, come la vicinanza del mare. Bisogna
compiere una successione di esercizi magici, eseguiti con un
mezzo modesto qual è la parola, bisogna convertire l’oltraggio
degli anni in una musica, in un rumore e in un simbolo. È questo
il gioco serrato e ironico sulla scacchiera
dell’immaginazione di Cristina, che non a caso è stata paragonata
a Proteo, il dio che amava occultare ciò che sapeva ed intessere
oracoli ineguali. Inseguito dagli uomini assumeva la
forma di un leone, di una tigre d’oro, o di un falò, o di un albero
che dà ombra alla riva, o la forma dell’acqua che nell’acqua
si smarrisce. Metà dio e metà bestia marina, ignorò la memoria
che si china sopra il passato e le perdute cose.
4. Autoironia
Coglieva barlumi dal profondo e l’umiltà vera, quella con
cui ogni giorno guardi in te per dare un senso al tuo breve e
strano e ignoto viaggio, al giro intorno alla tua prigione, che
non riesci mai a compiere del tutto. Cristina ha uno sguardo attento,
cerca e trova le parole in quel momento più incisive,
senza fare concessioni al facile canto, o alla mandolinata di
turno. Non è tipo del genere, né una che si lagna, ma se c’è un
lamento in lei diventa vitalità, energia pura, roba da stoicismo.

BREVE COMMENTO DI ANNA MARIA

2° INTERVENTO DI PIERO
Cristina ci ricorda, con Borges, che nessuno può aiutare nessuno, giacché
ognuno deve salvarsi da solo, e
andare sulla soglia
con le scarpe in mano/
a scuoterle dai sassi/
ma non ti chiederò quel che non puoi
se quello che non sai/
è l’ultimo dei mondi sul confine/
di un’ ignota galassia
Giochi verbali, riflessi letterari, divagazioni, “i trucchi, i
salti, persino le interpunzioni che, spesso, sembrano le giuste
punizioni per il lettore rapido, che vorrebbe correndo passare
oltre”, scrive Fernanda Ferraresso, soprattutto autoironia
va tutto bene/ hai portato le coppe mon amour?
Vedrai, stanotte un angolo di luna
la cantilena a mantice di un gatto
/ suggerire deliri/ e tu lo vuoi.
5. Una via di mezzo
Ma ogni verso ha una portata emotiva, anche se ci sono dietro
inquisizioni filosofiche, estetiche, letterarie, etiche, religiose
e mitiche. Bisogna cercare il riscatto e la riscoperta della parola,
di una parola magica, di una parola musica, di una parola
che sia simultaneamente contenuto e forma. È tutto un inseguimento
della parola, della parola poetica, della parola strana,
da napoletana antibarocca, alla ricerca della semplicità che è
poi la modesta e segreta complessità del vero segreto della
scrittura.
Scusi, Cristina Bove, lei cosa pensa della vita?
Ci penso da quasi settant’anni. Quasi tutti i giorni, ma ne ho
un’idea ancora confusa. Il fatto è che una persona vive veramente
solo quando sogna.“Ogni essere umano ha bisogno di
rinascere ogni giorno … ha bisogno di trascendenza”. Ma per
sognare bene, il divino Pitagora raccomandava di non mangiare
le fave. E poi amava predicare agli animali, anticipando San
Francesco d’Assisi (“Oh, quanto hai scucciato, France’ cu’ ste
prediche agli ucelli!”, diceva l’attore – poeta napoletano Massimo
Troisi). Nacqui nelle terre di mezzo…//
Si mettevano nel campo dei papaveri a simulare le rose
C’è in Cristina Bove una sorta di “sprezzatura” alla Cristina
Campo, come accennai per altre sue poesie, e un qualcosa che
richiama uno come Brodskij, lontano dai clamori della protesta
e del facile conformismo, ma sempre pronto a far gare di tenerezza
coi bambini, tra coriandoli e sogni infranti. La sua poesia
è, insomma, una via di mezzo, tra la crudele leggerezza della
fiaba e il senso del gioco a carte scoperte, o del gioco al massacro,
fate voi, tra indicibili solitudini e le traiettorie della ri136
membranza leopardiana, con una tendenza alla speculazione
metafisica.
Però c’è quella elegante ironia e una consolidata geometria
del linguaggio affidato a una scacchiera di cristallo. È un gioco
che dubita della ragione che lo governa, è un gioco irreale che
però crede in fondo nelle segrete finalità della letteratura, è un
sogno manovrato e deliberato. Una pagina o un verso fortunato
non ci devono inorgoglire, – diceva Borges – sono il dono del
caso o dello spirito, solo gli errori sono nostri, e sono tanti.
Puoi aggiustare la rotta come credi, ma alla fine della tua navigazione
giungi solo
… all’incaglio
stanca/ fui costretta a guardare l’altro volto
la me stessa sbiancata nei pensieri
e quella voce diventata abbraccio
fu la gomena tesa / ch’io non vidi
6. Incipit
L’ignoto è inesauribile. Ci sono cose inesprimibili. Il linguaggio
non è che un mero strumento di un gioco che tuttavia
pretende simmetrie. In una rosa in punto di morte senti che il
suo valore estetico è nella propria eternità, non nelle parole che
noi, tuttavia, non potremo mai esprimere compiutamente. Spesso
il meglio, o il tutto della poesia di Cristina, è nell’incipit,
quasi sempre straordinario:
tra scimitarra e fiore //
lo so che verrà il tempo dei ciliegi
ed ecco tutto un panorama s’apre davanti a te, coi samurai
giapponesi che fanno esercizi di guerra, nudi, nei giardini di ciliegi,
e cantano: ”Oh, quanto è dolce morire al cader lieve dei
fiori bianchi!
vediamoci /nell’ora vuota/ io porterò un non-fiore/
e ti rivedi, garzone d’amore, all’alba nei giardini di villa
Ada, come un fidanzatino di Peynet, sotto i rami dei platani
appena potati, cogli uccellini che cinguettano e si baciano in
corsa volando tra un ramo e l’altro; ti rivedi senza un fiore, ma
con una scatola di cioccolatini.
sapeva fare nodi alla marinara/cazzare rande e ripassare
bugne
ed eccomi davanti allo scenario del mare jonico, Gallipoli,
con la barca a vela Icaro di D’Alema, che ode passare il vento
di tramontana, e si tuffa come un’ancella bianca, e poi vede
passare la musica tra onda e onda, e la barca scivola, anzi vola
inventando lo spazio, il cielo, il mare e il silenzio
si può avere una croce di nuvole basse appoggiata alle
scapole nude
Versi che esprimono forza e dolore nella leggerezza estrema,
ma anche fedeltà e obbedienza al potere del fato, del destino
ineluttabile, in questa fabbrica d’aria scura che è la vita, dove
crescere e negarsi e morire è (forse) espandersi.
hai sogni dipinti in verticale /come gli occhi dei gatti/ tristi
È vero, se tu guardi il muso dei gatti nelle sere d’inverno
appoggiate sull’abisso scopri tutta la loro tristezza verticale negli
occhi gialli tagliati a strisce come frutti nella tenebra.
E potrei continuare ancora a navigare negli incipit, in tutto
quell’ universo di Cristina che è frammentario, senza nulla di
preordinato, prestabilito, non c’è un progetto, un disegno, una
mappa catastale della sua casa poetica, ma i suoi frammenti
hanno un ordine interno, una musica, un’armonia, un’orchestra
con mille strumenti a sua disposizione, e mille spartiti. Lei si
riserva la libertà di “non scegliere”. Ma solo di frequentare. Le
scelte, alla fine, le facciamo noi lettori incrociando i suoi occhi
e i suoi sospiri di eterna ragazza presa dal suo delirio circolare, Ofelia, appunto.
4^ CANZONE DI CESARE

3° INTERVENTO DI ROSARIA

UNA GIORNATA CON GLI “ORSI GRIGI”
1. Ecco la musica!
Mentre su “you tube” riascoltavo le loro canzoni di “Faber il
poeta, recital che abbiamo rappresentato al Teatro D. Mario Torregrossa
il 7 luglio u.s., sono andato con la mente alle loro faticate
prove, alla nota stonata, all'entrata sbagliata, alla parola che
salta, al pensiero che si fa suono, al vitello di zolfo sulla parete
della sala musica-bazar della villa di Palocco di via Apelle; ed
eccoli, gli “Orsi Grigi”, in quei pomeriggi ancora invernali con
gli accordi tra le dita e il ventre, il cervello che ricerca dappertutto
le tracce da fiera o da circo della domenica appena svanita, il
campanello che insiste, fino al vaffanculo al postino che suona
sempre due volte. Ecco il segnale violento sul piatto, la corda
che si tende fino a emettere un grido, come animale scorticato, il
basso che rintocca il trasuono sulla fronte, l'immagine della chitarra
che s'allunga fino a toccare l'ombra del muro e ride in cima
al quadro di Pelzet, “La ferita dell’essere, gli spartiti e i suoni
che sono enigmi o martelletti, la desolante pochezza dei mezzi
tecnici, la difficoltà dell'impresa - Ma chi cazzo ce l'ha fatto fare!?
- il sudore che cola lungo la schiena dimentica delle discopatie
del passato, tutta protesa nell’attimo presente, che è perpetuo:
ecco la musica di De André e di chissà quanti altri suoi collaboratori
(ogni tanto piace a De Gregori ripeterlo, tra l’ironico e
l’invidioso!) che entra da tutte le parti, va fuori delle finestre,
negli interstizi della storia, nelle prime ombre della sera, e d'un
tratto appare una signora - "Che meraviglia!, dice, gentilissima,
invece di mandarci tutti a ramengo, a “scoa’ el mar, da buona
veneziana qual è …
2. Rino il tastierista
Poi- d'improvviso, come un lampo nella notte - dopo dai e
ridai, vai e rivai - parolacce a gogò, turpiloqui alla Belli, napoletani
e piemontesi, ecco il tempo tormentato che si dissipa, ecco
l'universo "De Andrè" che si sgrana, il suo mondo entra nel
loro mondo di Orsi Grigi che più grigi non si può, ecco che si
accende un seme ("È una storia da dimenticare, una storia da
non raccontare, una storia sbagliata),con Rino perplesso,
l’eterno dubbioso, con l'ocarina in bocca e la tastiera esiliata da
se stessa, ditemi voi quando c.devo attaccare ( Andrea s'è perso,
sì è perso e non sa tornare). Ma ecco che gli spazi si dilatano,
si animano, vanno sulla cima del mondo dove ogni carezza
dura un secolo ( Mille anni al mondo, mille ancora, che
bell'inganno sei, anima mia). Ricominciamo tutto da capo, dice
Piero, con un enigma a forma di orologio di sabbia sul crapone
pelato da pretoriano di Pompeo, ma c'è una chitarra sopita, che
medita.
3. Ezio chitarra e voce
È Ezio che si ferma, sfinito, ripensa alle sue radici, dove tutto
era ordine e chiarezza, pragmatismo cavouriano: il presente
è perpetuo, amici, piove sulla mia infanzia, piove sul giardino
della febbre, piove sui pioppi sospesi tra cielo e nuvole messicane,
piove sulle tue ciglia, Ermione, sì par che tu pianga, ma
di piacere. Ma piove anche sulle mie nespole. Che fine faranno?
Son piccole, acerbe, e non le vuole nessuno, neanche gratis.
Non le ruberebbero neanche i ladroni di “Via della croce”:
Perdonali se ti lasciano solo,/ se sanno morir sulla croce anche
loro,/a piangerli sotto non han che le madri,/in fondo, son
solo due ladri.

4. Claudio chitarra basso
Claudio l'Intellettuale, con l'aplomb inglese, è calmo e spettrale,
pallido come uno straccio da coltello appena dilavato. Mi
dice che Faber ha tradotto Dylan alla lettera: i peperoncini rossi
nel sole cocente, la polvere sul viso e sul cappello, è tutta roba
di Bob. Sì, d’accordo. Ma che c'entra nun chiagne Maddalena?;
lui tenta di spiegarmi che è la parte della canzone scritta in
spagnolo che diventa napoletano o giù di lì. E riprende a carezzare
le corde con una voce incarbonita: Alla corrida con tequila
ghiacciata /vedremo il toreador toccare il cielo.
185
5. Piero batteria e voce
Ma alla fine Piero, in tutto quel caos organizzato di batteria,
esprime l'osso dell'osso del materiale di scavo poetico, Ahò, ma
volemo fa' sur serio oppure no?.e allora annatevene tutti a ffa'
... er testamento de Tito - Non avrai altro dio all'infuori di me,
onora il padre e la madre e onora anche il loro bastone, - e daje
un'altra scarrocciata, con l'angolo a centoventi, uno sguardo
alla bacchetta, uno al piatto, e un altro al tamburo: ti fascio e ti
sfascio due mondi in pochi istanti, grappoli accesi di suoni, sillabe
di note erranti nell'aria, astrazioni, marea di tutti i tempi
del tempo e un nome comincia ad affiorare sulle labbra di tutti:
Agustare', se semo rotti abbastanza delle tua annotazioni, ora
lasciace lavorà in pace, noi mica ci divertiamo con le parole-lapis-
lampade-ritratti-scarpe risolate, roba da letto e disletto. I
nostri so' cazzi amari. Un'architettura di suoni istantanei sopra
uno spazio che si disintegra, te capi?. Le note musicali che noi
massacriamo, okkei, vabbuo’, so’ nostre criature, so’ pezzi ‘e
core …Tu cerchi il significato della parola, noi cerchiamo
l’accordo, l’armonia, l’astratto che diventa respiro e canto!.
6. Addio
Me ne vado, un po’ offeso. Addio, amici. Mi dichiaro in
perpetuo esilio da voi fino alla data fatidica del 6 luglio.Esco
col motorino blu parcheggiato sotto il nespolo nano. Il cielo è
un far west, un galoppo fantasmagorico di nubi sopra le cime di
Palocco, graffi, ragnatele, piume di fuoco, figlie del sole, giardini
degli dei. Penso ancora a quei quattro dell'Ave Maria: che
faranno, ora, con quelle carabine di zucchero, quella luce intrecciata,
quella tastiera che sa di prugne e mandarini e quella
batteria scura che ruota e gira nelle “Terrazze” senza mai spostarsi
dal suo meridiano, spazi e contro-spazi, imperi ed esarcati.
Mi arrivano ancora, flebili, le note di Don Raffaè: Io mi
chiamo Pasquale Cafiero e son brigadiero del carcere oinè!./
c’è un uomo geniale che parla co’ me.

5^ CANZONE DI CESARE

3° INTERVENTO DI PIERO

UN POETA SALENTINO NEL FUMO DI LONDRA
1. Fischiettando in bicicletta
La poesia, eterna e povera,, è quel triste oro – come dice
Borges – che torna sempre, come l’aurora e il tramonto, la rosa
e Milton. E somiglia a tante altre cose misteriose. La poesia di
Abele Longo somiglia ad una specie di film in versi e immagini,
sospeso tra realismo e surrealismo, ironia e dramma, creatività
e discrezione. Non a caso Abele insegna storia del cinema
italiano presso la Middlesex University di Londra ed è un salentino
che nel proprio Dna conserva intatti i cromosomi del
viaggio, delle differenze, delle diversità. Anche lui, come Fabrizio
De Andrè, il poeta della canzone, è il cantore dei deboli,
degli sconfitti, di coloro che vengono sterminati “sul fiume
Sand Creek” ( “Si sono presi i nostri cuori sotto una coperta
scura/sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura//
Ora i bambini dormono sul fondo del Sand Creek).
Quel che conta nella poesia è l’incendio vitale della parola
nell’estasi di una sera che non sarà mai notte, che si fa arte e
memoria antica di un’Itaca di verde eternità ( l’Itaca di Abele è
un paesello del Salento che si chiama Depressa e somiglia tanto
alla Cocumula di Bodini ), ma la poesia non è fatta di prodigi,
fa parte dei nostri giorni che sono di solito una rete di comuni
miserie, e ne registra, scandisce il respiro, il fluire, il senso delle
cose della vita, che va sempre più seppellendosi sotto macerie
di ingiurie viltà retorica banalità perdita di forma cialtroneria.
Ed ecco perciò il grottesco il kitsch che ci sovrasta ed ecco
l’angelo con “alucce rade ed ispide di gel”. E poi memorie
dell’infanzia, di sopraffazione e violenza, ordinarie piccole
immonde cose di “Tristizia” (“padre che sotterra la pensione/
affoga i cani nel pozzo”). Spesso lo sguardo che noi gettiamo
sul mondo non è realtà ma solo teatrino d’ombre e di metafore
appese al filo dell’insignificanza, un passaggio da una cosa
all’altra sempre uguale: “incrostati da grosse sere di solitudine/
noi cerchiamo l’introvabile, scaviamo a vuoto per trovare il
mito – che al confine del giorno sta sempre in agguato - e ci
imbattiamo in una “Demetra” rimasta sola/una vedova (che)
/va consolata in famiglia/assicurano i medici/toccandole per
questo/le carni ancora giovani”. A volte ci appare nelle sere
un volto e ci guarda dal fondo di uno specchio: l’arte, in fondo,
è come quello specchio che ci rivela il nostro stesso volto. Quel
che conta in uno scrittore è che la parola, anche rovesciata, diventi
“azione” concreta, torni ad essere creazione, allargamento
del mondo e testimonianza, e non vuota eco di sé e ripetizione
di bello stile, che nasconde spesso qualche eczema, come diceva
Camus. Bisogna parlare de “Le cose di una vita”, // una
striscia di case sul mare/un branco di cani/l’inverno dei tossici
randagi”, di memorie e fantasmi lievi che la notte ci vengono a
tirare i piedi dove s’è annidata la coscienza.
Ecco, questo potrebbe essere il senso della ricerca del poeta,
un angelo barocco in esilio tra le nebbie e i fumi di Londra,
pieno di risonanze e di pessimismo cosmico, di trombe e luci
crepuscolari; un povero Odisseo salentino senza via di scampo,
che va in giro con il senso della propria coscienza esiliata, un
minotauro d’aerea grazia e leggerezza che se ne va in giro “Fischiettando
in bicicletta”// ma mentre fischietta/ i denti si ficcano
nella/ catena, sono le budella /la camera d’aria e la testa/
dinamo che gira e sfavilla”

2. Semiotica degli affetti
Tutte le poesie conservano lo stesso stupore che hanno le
cose al primo sguardo, sono come frammenti di immagini irrelate
da prendere in corsa prima che sia troppo tardi, sono flashes,
click improvvisi e frementi che offrono la capacità di ritrovare
il “silenzio e l’ombra” leopardiani, o i sogni e le favole,
le cantilene della nostra lontana infanzia, la “Ninna nanna in
fondo al mare”. Dal Re Artù a cavallo e l’asino arpista del mosaico
della cattedrale di Otranto alle “troie notturne/con le labbra
rotte”; dai muri a secco su cui volava Giuseppe Desa, il
Santo di Copertino, ai “vermi” di Stormy Weather “maciullati
dall’insania / di piste fuori strada”; dai morti che vanno a
Leuca col cappello in testa per cercare la via del paradiso al mitico
Re Artas degli antichi messapi e infine a Il re della Pizzica.
(Furono donne tenere a inventare/le tarante sull’aia intorpidite/
e come cardi duri a sanguinare/accordi di tabacco sui
telati”)
C’è, qui dentro, come direbbe Eliot, “un mucchio di immagini
infrante, frammenti su cui ho appoggiato le mie rovine”,
ma c’è anche Totò l’eroe che si fonde ironicamente, grottescamente
con la “Buona novella” e la “La guerra di Piero”, uno
che sapeva che un giorno/sarebbe andato a far la guerra /a uccidere
tutti i nemici,/tornando pieno di medaglie”. Forse sarebbe
stato lui a sparare per primo e uccidere Piero (“Dormi
sepolto in un campo di grano/non è la rosa, non è il tulipano/
che ti fan veglia dall’ombra dei fossi/ ma sono mille papaveri
rossi”).
BREVE COMMENTO DI ANNA MARIA

4° intervento di Piero

C’è in Abele Longo – come in tutti i poeti salentini –
l’influenza di Vittorio Bodini, con i tramonti da bestie macellate
e la sua amata-odiata Lecce dagli angeli di cartapesta e il ba
rocco che soffoca, ma che è anche un “travaso dell’intelligenza
nella materia, un tentativo di soffiare lo spirito nella cavità del
creato, un’attitudine a manipolare, impastare, un revival del
mito partoriale e domestico. Ma c’è in lui anche il mito
dell’infinito leopardiano che riscopriamo nei Muri a secco, recinti
dell’anima salentina “solchi chiusi/alle falesie/dove il mare/
fa da ponte/all’universo”.
Come tanti altri figli del Sud, Abele non può che partire, e
se ne va a vivere in Inghilterra, e lo fa con la pertinacia di chi
appartiene al popolo di formiche descritto da Tommaso Fiore,
attraverso studio impegno serietà e un minuzioso esercizio di
affinamento della parola, in un continuo sforzo di essenzialità,
un ponte di collegamento, materiale di riporto tra passato e futuro,
tra l’io individuale e la molteplicità dei soggetti umani.
Ecco che gli incontri, o ri-incontri dei personaggi del mito –
scrive Anna Maria Curci – “sono reversibili, tornano a noi, da
mondi estremi con una forza nuova e inattesa. Tornano a noi da
originali combinazioni di limerick e filastrocche, dalle fiabe rivisitate
dal cinema. E ci spiazzano, ci scuotono dal torpore,
dall’immobilità, talvolta ci confortano, con la loro affettuosa
giocosità, come Nino e Federico ( Rota e Fellini) e la loro intesa
magica, alchemica, “quella che unisce il cielo al mare/le dita
allo strumento, le foglie al vento”, E poi Neruda che nella
sua casa al mare, sulla sabbia dell’Oceano, aveva come sorta di
Harem malinconico, quelle “Polene” che guidano le navi verso
i sogni. I versi di Abele, liberi di forma e di strutture, difficili
a declamarsi, hanno talvolta una concatenazione che non si
rivela in superficie, convergono verso un punto che le stratificazioni
possono nascondere a qualunque scandaglio. Anche gli
oggetti più insignificanti, una matita, un rotolo di spago, un
tozzo di pane hanno il loro cuore introvabile e i “vermi che si
torcono//, l’afa il tanfo della discarica/zanzare rigagnoli di
scoli/ un farsi ora che abbrevia/il supplizio della notte, i segni
con la matita blu, o di gesso, le donne anziane col vestito della
morte, il mistero della morte stessa agli occhi di una bambina,
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servono a Longo per entrare, come una medium, nei crepuscoli
dell’inconscio che rimescolano il senso delle cose, nella “Semiotica
degli affetti” (“Anche l’anima si può riparare/ Ci riuscì
con un filo di ferro/tra un tempo e l’altro di un concerto”).

3. La storia è un recital senza il finale
Vivere nel mondo reale significa recitare senza conoscere il
finale. E tuttavia l’uomo dovrà seguire il proprio destino, i propri
Cavolfiori del male “ ( Quando Eva inventò la margherita/
per non ingiallirsi le dita/ nel m’ama non m’ama,/ Adamo
s’inteneriva /ancora coi cavolfiori/ che coglieva per lei /anima
irrequieta, /esaltandone le forme /in un consommé). Il giocoso
pessimismo cosmico di Abele, se così vogliamo chiamarlo, ha
un suo contrappunto felice in attimi di innocenza, quando la vita
non ha ancora presa certa. L’angoscia si stempera nella possibile
reversibilità, nella taciuta speranza che qualcuno, ancora
innocente, ne sia esentato”. Fine maggio (Un venticello caldo,/
seduto sulla sabbia/qualcuno che fa il bagno,/mia figlia che
rincorre/guardandosi le orme/lo spazio sconfinato/ Lo scrivo
su un foglietto//sarà per sempre un caldo/giorno di fine maggio
Con tutta la tua ironica grottesca ambiguità e leggerezza di
tocco, Abele sa non può evitare la caduta. Sa che l’incontroscontro
con dio è sempre “truccato”. Il duello tra bene e male
nella loro indistinzione è senza vinto e senza vincitore, il gong
non suonerà mai la fine delle riprese. Quello che conta veramente
è solo il fervore del combattimento, l’eterna attenzione
dell’uomo che attesta la sua presenza, anche se l’insuccesso è
scontato. Del resto il poeta sta sempre in attesa dell’altrove
sconfinato, il senso del tutto, e assiste alla caotica e irrisolta coscienza
di sé. Il mistero dell’origine perpetua non può essere
penetrato dalla parola; ma anche “Se dio esistesse” non puoi
fargli una telefonata con una richiesta di rinunzia a voler procreare
altri sigilli di morte con pelli tenere di milioni di innocenti
neonati.

Abele è un po’ come Hopper, - che ci mostra un’America
non letteraria e senza mitologia, ( “Le donne di Hopper sono
sempre una/e il vento con le tende sfiora,/ sembianze palpabili
di un’essenza/ che profuma di luce la stanza vuota”); dipinge
fotografa filma scenari fatti di oggetti comuni e luoghi familiari
(il geco, la sposa sola, l’angelo del gel, il bambino che non fa
domande, a stradina di campagna, la cognata poliziotta, la casa,
la vasca, la donna morta, il ciabattino con i chiodi tra le gengive.
Entrare nelle sue poesie – scrive Cristina Bove - è quasi
sempre “fare un viaggio/ dentro una foresta di orologi”, un viaggio
animistico tra spiriti fantasmi miti simboli enigmi labirinti.

4. Il poeta è meno che uno zero
Possiamo dire, per concludere, che la sua poetica non coltiva
alcun fiore del male, né inaugura nuove stagioni all’inferno,
e tuttavia raggiunge livelli espressivi lucidi e pienamente adeguati
alla densità e intensità del pensiero. Insomma, Abele fa
bene la sua parte in quella tragedia fatale, annunciata, che è la
vita, con l’Infinito dentro riflesso negli occhi da zombi di Carmelo
Bene e nella sua voce tamburo-flauto grottescamente leopardiana:
Odi stormire il lamento di quello/infinito che ridonda
la voce, /del comico che sfida il padreterno,/macchina di
sfinimento del presente/di un idillio che s’incanta e calpesta/le
viscere reliquie del tuo io/di quanto a Otranto vomitavi al mare”.
Mi ricordo Abele, al nostro primo incontro, a casa di Annamaria
Ferramosca. Cadeva il crepuscolo, una luce da vigilie insonni,
una luce grigia, oserei dire da quadri hopperiani, una luce
da fumo di Londra.
Il poeta ti può solo dire che la sua pena è durare oltre
quest’attimo, e quest’attimo è l’eternità, anelata, amata da tanti
poeti, ma l’eternità –avverte Borges – è solo uno splendido artificio
che ci libera, seppur fugacemente, dall’intollerabile oppressione
dell’attimo successivo …Tra poco, pochissimo, tutto
questo finirà e allora il poeta tornerà meno che zero, solo, isolato
e offeso in quell’oscura forza che lo sorregge. Comunque
continuerà ad avanzare sotto l’urgenza della consapevolezza
fino al rimorso, continuerà a porre domande, ignaro di soluzioni,
ma sapendo che si devono trovare.

6^ CANZONE DI CESARE

ANNA MARIA INTERVISTA L’AUTORE

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