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giovedì 1 luglio 2010

La stanza del castigo



di
Elisabetta Mori R.

Quando una lettura ti prende al punto che ti immedesimi nel protagonista, ne avverti quasi il respiro, ti sorprendi a prevederne le reazioni, vuol dire che l’Autore è riuscito a comunicare ben oltre le parole, benché di parole sia tessuto il tramite.
Nella piacevole narrazione di Elisabetta Mori si snoda la vicenda di Maria Sole, una donna che tenta disperatamente di riconoscersi tale, cercando di far confluire, nell’analisi della sua esistenza, la bambina vessata dalla madre, l’adolescente incompresa e frustrata poi, la giovane alle prese con esperienze di speranze e abbandoni.
Anni raccontati dall’io narrante in prima persona, quasi sdoppiato nel proporsi quale oggetto di analisi e soggetto di autoanalisi, ma sempre necessariamente presente a se stessa, in un’altalena di emozioni ed elaborazioni mentali da lasciare senza fiato.
L’Autrice trasmette tutta la sofferenza che può diventare la più assidua compagna di giornate morte. La cupezza che non dà tregua nemmeno quando l’amore offerto potrebbe essere salvifico.
Non soccombere a tanto è quasi un atto eroico, un estremo tentativo di raccogliersi nella propria consapevolezza e trovando in questa perfino la capacità di perdonare.
La comprensione con cui riesce a giustificare azioni crudeli, indifferenza e rifiuto, la fanno infine diventare la salvatrice di se stessa.
“… l’amore è un dio dalle molteplici facce…”
e , riferendosi alla durezza della madre: “… grazie alla stanza del castigo, potevo sperare di essere libera e in cammino verso un’esistenza accettata.  E compresi che il suo silenzio altro non era stato che sotteso amore, tenace determinazione di una madre affinché la figlia più fragile imparasse a vivere delle proprie pene.”
Un libro che arricchisce chi legge in un crescendo di compartecipazione emotiva.

Cristina Bove


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