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sabato 13 febbraio 2010

LA MORTE

LA MORTE
(di Vladimir Jankélévitch - Ed. Einaudi)
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Recensione a cura di Carmen Lama


La morte, di V. Jankélévitch, è stato definito un libro "sconvolgente".
Si può fare Filosofia della morte e scriverne per 474 pagine dopo aver affermato fin dall'incipit della Premessa che sia "dubbio che la morte sia un problema specificamente filosofico" e che sulla morte "Non c'è proprio nulla da dire"?
È quanto ha fatto in modo veramente sconvolgente questo filosofo ebreo di origine russa e naturalizzato francese, vissuto dal 1903 al 1985, la cui opera filosofica è un vero e proprio compendio di idee originali e di cultura raffinata ed amplissima.
Il libro si suddivide in tre parti, i cui titoli già orientano il lettore riguardo ai contenuti specifici su cui sarà portato a riflettere.
Nella prima parte, che occupa quasi la prima metà del libro, l'autore disserta su "La morte al di qua della morte", portandoci effettivamente ad una lunga riflessione su quanto della morte è possibile confusamente intuire stando all'erta mentre siamo vivi. La sua non è una vera e propria indagine sulla morte, poiché di ciò che è assolutamente impossibile conoscere non si saprebbe neppure come e su cosa indagare. Vi è, invece, un esame approfondito delle varie teorie della morte, dell'anima, dell'essere, del non-essere, del divenire, del nulla, su cui la filosofia classica ha lungamente dibattuto, ed anche un esame delle teosofie, delle visioni filosofico-religiose sugli stessi temi.
Lo scopo principale di quest'analisi è, ovviamente, quello di poter poi confutare le precedenti teorie, dimostrando, per quanto sia possibile su temi così sfuggenti all'ambito razionale, la fallacia di tali visioni o, nel migliore dei casi, come esse siano semplici tentativi di portare una sorta di consolazione e di speranza di fronte all'angoscia del nulla che attende al varco ciascun essere umano, senza peraltro che ci sia alcuna possibilità di sfuggire alla tragedia estrema, al punto ultimo di ogni esistenza, e senza alcuna eccezione per alcuno. Consolazione e speranza che, di fronte alla realtà empirica, ineludibile quanto assurda e tuttavia necessaria, sono forse motivo di maggior disperazione e non offrono comunque alcun appiglio per poter cambiare le carte del destino. Jankelevitch tiene a sottolineare l'impossibilità di rendere "univoco", certo, definitivo, il concetto di morte che è invece un concetto "equivoco", in quanto tiene insieme dei contraddittori, la vita e la morte, e su cui non ci potranno mai essere delle verità definitive.
La dimostrazione di Jankelevitch, pur ammesso che nulla si possa dimostrare con metodi empirici quando l'oggetto su cui si discute è di ordine metaempirico, procede con uno specifico ordine, molto convincente in effetti, poiché il processo filosofico di avvicinamento all'evento straordinario (ma del tutto ordinario), che egli ci propone, risulta a dir poco lampante come una verità di La Palisse. Ci guida, infatti, a distinguere la morte in terza persona, dove ciascuno di noi è semplice spettatore della morte di altri, cosa del tutto naturale, ordinaria, e persino scontata da che esiste il mondo, dalla morte in seconda persona, dove si è spettatori della morte di un congiunto o di una persona cara, la cui scomparsa già appare più ingiusta della precedente, meno naturale ed ordinaria, dalla morte in prima persona, la morte-propria, che contrariamente al buon senso e all'evidenza, appare a ciascuno di noi come altamente improbabile, comunque lontana nel tempo e come un evento del tutto straordinario.
Ponendoci nelle diverse prospettive, potremmo insieme a Jankelevitch seguire il processo di conoscenza di questo istante tragico che è la morte, senza tuttavia poterne avere effettiva conoscenza; al più potremmo giungere ad una "scienza nesciente", che nulla ci dice del nucleo profondo di quell'istante, se mai quell'istante abbia un nucleo essenziale che possa essere oggetto di conoscenza. Jankelevitch porta avanti il suo discorso servendosi di moltissimi esempi, tratti tutti, com'è ovvio, dal mondo di quaggiù, dall'empiria, da ciò che solo può essere oggetto di discorso e di comprensione per un essere razionale, utilizzando anche un'efficace ed originale terminologia, come quando definisce la "semelfattività" della morte, indicando con ciò l'accadere di un evento di tale portata come quello che avviene una e una sola volta e in modo necessario.
La realtà tragica dell'istante mortale è ciò che tutti sanno in quanto si tratta di una "quoddità", ma nessuno conosce la "quiddità" di tale istante: in altri termini, tutti conoscono "il fatto che" ma non conoscono il "che", cioè nessuno conosce le modalità effettive del quod, le sue coordinate spazio-temporali e il modo in cui accadrà. In questa prospettiva, e solo per questa ambiguità della morte che è certa nel suo quod, ma incerta nel suo quid, la vita assume il grande ed inestimabile valore che ha. Valore che si esprime in tutte le azioni che siamo continuamente spinti a compiere, quasi con il sottinteso ed implicito intento di allontanare quanto più sia possibile l'istante supremo ed ultimo.
La morte, inoltre, svolge un compito essenziale quando accade, perché è solo e soltanto da quell'ultimo istante in poi che si ha il quadro completo di un'esistenza. Salvo che per il diretto interessato, per il quale questa nozione specifica non può essere mai posseduta, poiché prima è troppo presto (il quadro non è completo) e dopo è troppo tardi (non c'è più nessuno che possa sapere).
Viene analizzato il va-da-sé del divenire, nel quale consiste la continuazione dell'intervallo che costituisce la vita vera e propria, e che si situa tra il precedente non-essere, da cui ogni esistenza è tratta nel momento della nascita, e il nulla che mette fine a questo intervallo, senza che ci sia null'altro dopo, perché il nulla della fine è un nulla-più, un mai-più-nulla, un nulla definitivo ed una volta per tutte, un nulla eterno. E non ci sono misure comuni per comparare il non-essere precedente all'esistenza con il nulla che segue all'ultimo istante, il quale è un nulla del tutto, nulla di tutto l'essere, in quanto non c'è alcunché a seguire.
Nella sua lunga dissertazione Jankelevitch ci spiazza, anche perché mentre si aggira nei dintorni della morte, afferma categoricamente che mentre siamo in vita la morte non esiste affatto, ogni momento della nostra esistenza è vissuto in tutta la sua pienezza di vita, anche quando incalza l'invecchiamento, tanto è vero che la morte arriva sempre "all'improvviso" anche se sorprende una persona più che novantenne. In questo caso, si è solo percepita una maggiore probabilità, ma mai la sua approssimazione. La morte, vicinissima alla vita in quanto può arrivare in qualsiasi momento senza chiedere affatto il parere, è sempre lontanissima dalla vita. Ed è questa una fra le tante difficoltà di saperne alcunché. Non ci può essere neppure un apprendimento della morte, come certe religioni pretendono quando stimolano i credenti a "prepararsi alla morte". Risulta del tutto inutile prepararsi, vivere continuamente mortificandosi, vivere le piccole morti quotidiane e le rinunce in vista di un bene postumo, poiché non si può apprendere ciò che nessuno ci può insegnare perché nessuno ha mai vissuto l'esperienza, unica - singolare - estrema, della morte-propria, per potercene poi dare neppure la più pallida idea, e perché nulla si sa di questo incerto bene postumo.
In questa prima parte del libro, sono moltissimi i concetti di volta in volta messi in luce, senza tuttavia raggiungere una certezza sull'essenziale: è come fare una sorta di giro panoramico intorno ad una località sconosciuta, ma restando sempre alla periferia, poiché non ci sono mezzi che arrivino al centro.
Nella seconda parte, dal titolo che appare quasi come una sfida per quanto appena detto, Jankelevitch affronta "La morte nell'istante mortale". Qui la dissertazione si fa più insistente, più pericolosa, più dettagliata e sempre più tragica, mano a mano che cerca di avvicinarsi a quel centro inesplorabile che continuamente sfugge e si allontana quanto più sembra stia per essere raggiunto.
È come se il centro fosse dappertutto e per ciò stesso da nessuna parte. Come si può fare per individuarlo in modo esatto per poterlo poi ben esaminare? Ancora una volta si frappongono questioni puramente filosofiche che sono assolutamente ineludibili: la morte è un evento soltanto fisico, biologico, non può essere indagato con strumenti metafisici. Si può tentare di entrare nel dettaglio di cosa rappresenti l'ultimo istante rispetto a tutti gli istanti che l'hanno preceduto, ed affermare la sua assoluta particolarità, senza tuttavia poterlo mai cogliere "sul fatto", neppure quando si tratti dell'ultimo istante di una seconda o terza persona.
In questa seconda parte del libro, sono anche molto interessanti i raffronti che Jankelevitch ci presenta tra i modi in cui in letteratura sono state affrontate le situazioni di morte da parte di alcuni protagonisti di romanzi, di drammi, di opere musicali. Ed è pertanto molto ampia anche la mole di testi indicati nelle note, a cui il filosofo ha fatto riferimento nel suo lungo e complesso discorso filosofico sulla morte.
I quattro capitoli che si susseguono in questa seconda parte analizzano nel dettaglio quell'ultimo istante mortale fuori-categoria, di tutt'altro ordine rispetto a tutti gli altri istanti che compongono il nostro intervallo, cioè il divenire e la continuazione della vita, arrivando fino al quasi-niente dell'articolo di morte, ma eludendo la vera e propria soglia della morte.
Inoltre, viene mostrato come nel tempo dell'intervallo di vita sia l'irreversibilità temporale ad avere la meglio, in quanto, mentre ci permette un'andata e ritorno nello spazio, ci impedisce di fatto un ritorno indietro nel tempo.
Ed infine, una sola nota di vera consolazione (ma di consolazione si tratta?) ci viene offerta da Jankelevitch nel capitolo in cui, pur affermando l'irrevocabilità sia dell'istante mortale sia dell'irreversibile temporalità vissuta, ci mette davanti all'impossibilità di cancellare e nichilizzare, insieme a tutto l'essere, anche il fatto di esser-stato. Una volta che un'esistenza, che poteva anche non-essere, sia venuta alla luce con la nascita, diventando un essere, nessuna morte potrà mai cancellare il fatto che questo essere sia vissuto.
Nessun olocausto con l'annichilimento di milioni di esseri potrà mai cancellare il fatto che questi esseri siano stati.
A questo proposito, vorrei sottolineare come Jankelevitch, filosofo ebreo, la cui esperienza è stata fortemente segnata dall'innominabile tragedia della "morte di massa" di milioni di ebrei, non faccia mai esplicito riferimento a quella mostruosa e immane e gratuita carneficina dettata solo da menti demoniache e folli, tranne in un punto, ma quasi di sfuggita, come uno fra i tanti esempi che adduce per spiegare meglio i concetti che esprime. Ma molto probabilmente, come ci dice nell'Introduzione Enrica Lisciani Petrini che ha curato l'edizione italiana del libro, quell'esperienza è lo sfondo costante e ineludibile di tutta la sua riflessione filosofica sulla morte.
Nella terza ed ultima parte del libro, Jankelevitch torna su alcuni concetti già affrontati, approfondendoli ancora, pur senza darci una virgola in più di conoscenza sul concetto di morte vero e proprio. Se l'indagine riguarda "La morte al di là della morte", e se Jankelevitch ha avuto sin dall'inizio del libro l'intento dichiarato di mostrare l'inutilità delle teorie profetiche o consolatorie circa l'al di là, è del tutto evidente che nulla avrebbe da dire su qualcosa che ritiene assolutamente inesistente. E tuttavia, nei quattro capitoli che compongono quest'ultima parte, prova a chiedersi se l'al di là è un avvenire, che senso ha la paura dell'istante estremo, quali speranze sostengono la capacità di affrontare questo istante tragico in vista di qualcosa di completamente incerto che ci attenderebbe dall'altra parte della soglia. E si sofferma, in particolare, nel dimostrare l'assurdità della sopravvivenza, i concetti di immortalità, di resurrezione e di vita perpetua, distinguendo l'anima dal corpo, ma non nel senso consueto delle filosofie tradizionali. L'anima, per il nostro autore, non è altro che l'essere pensante, l'anima può esser tale solo se esiste un essere pensante, essa non ha un luogo determinato nel corpo, così come i pensieri non risiedono nel cervello ma sono impossibili senza di esso. Dimostrando infine l'assurdità della nichilizzazione dell'individuo, cioè di tutto l'essere pensante, prodotta dalla morte, indugia sulla continuazione della specie che può aver luogo solo a partire dalle singole morti individuali. Sono queste ad innescare quel processo generativo per il quale le nascite sembrano in qualche modo compensare le morti, ma, - ahimé! - c'è di mezzo quell'insostituibilità di ogni singola esistenza che alla fine non rende giustizia, in nessun modo, al singolo individuo. Perché la compensazione quantitativa non ha nulla a che vedere con la sostituzione qualitativa. E questo anche a prescindere che si tratti di un nuovo individuo o che si tratti di una "rinascita" nell'al di là. Non fosse altro perché una rinascita si compie in un diverso momento temporale, e dunque non può che trattarsi di individui diversi.
Mai due volte una cosa, mai due volte un evento! Figuriamoci una persona!
La riflessione conclusiva porta Jankelevitch sul terreno della surcoscienza e poi sui concetti di Amore, Libertà, Dio, nei confronti dei quali afferma la superiorità della morte, ma reciprocamente la loro superiorità sulla morte dal punto di vista generale, in quanto l'eternità della Vita è la stessa eternità della Verità, che nessuna morte individuale potrà mai scalfire.
E dunque, non ci resta che prendere atto che tutto ciò che di noi resterà saranno le azioni giuste che avremo compiuto in quest'unica vita che abbiamo avuto in sorte e, insieme a ciò, il nostro esser-stati, sì minima parte, ma non insignificante, anzi unica, irripetibile e di inestimabile valore, della totalità di un universo. Il fatto d'esser-stati, il fatto d'aver-fatto le cose che abbiamo fatto, il fatto d'aver-amato, nessuna morte potrà mai cancellarlo.
E grazie alla nostra esistenza, la Vita continuerà a dispetto della Morte.
La lettura di questo libro è senz'altro molto impegnativa, ma per chi volesse cimentarsi con un modo nuovo di filosofare intorno a Quella-Cosa che mentre ci appartiene singolarmente non ci appartiene affatto finché viviamo, potrà essere un ottimo esercizio per tenerla lontana, abbordandola con l'appellativo "la morte, questa sconosciuta!", stigmatizzandola e rimandandola alle calende greche. Un ottimo antidoto, insomma. Una sorta di vaccino, per cercare di curare la malattia delle malattie, l'unica davvero incurabile, se non guardandola dall'alto della surcoscienza universale.

P.S.: Ne ho ricavato una semplice "Equazione" che si conclude con un augurio:

La vita sta alla morte
come il sole a una notte
senza luna né stelle,
a cui non seguirà
alcuna nuova alba.

Su questo fondo buio
cupo nero profondo
tanto più sfolgorante
appare a noi la vita.

Che sia un felice intervallo
tra il non-essere e il nulla!

Carmen Lama, 3/2/2010
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