sabato 30 luglio 2016

Claudia Zironi


Fantasmi, spettri, schermi, avatar e altri sogni
prefazione di Francesca Del Moro,
postfazione di Vladimir D’Amora
Il libro è edito nella collana “Poesia oggi”
di Marco Saya Edizioni, Milano, 2016



Dalla prefazione di  Francesca Del Moro
“Nella foto di copertina, fotogramma del film Poltergeist di Tobe Hooper, una bambina è inginocchiata davanti a un apparecchio d’altri tempi, in una posizione che suggerisce fascinazione e al tempo stesso adorazione. Due sentimenti che attraversano tutto il libro, in cui al televisore, divenuto via via più grande e piatto, si affiancano i frutti di più recenti evoluzioni tecnologiche: computer, Tutti strumenti funzionali a mantenerci in contatto con il nostro essere virtuale, micro-innesti bionici che,infilati nella nostra mente, alimentano un mondo popolato da fantasmi e spettri.”



i fantasmi si riempiono di frutti le mani
sorella, respirano come i vivi, soffrono
camminandoci accanto dal confine
di quella dimensione della mente. muoiono
in mare e nei campi, sono come lampi
bagliori velocissimi attraverso la stanza
neri. poi gli schermi si spengono
e i latrati nella notte. ora dormi.


FANTASMI: LA POESIA
E se la poesia si reggesse sull’equivoco di vite sospese?
Che solo da un certo bilico di confini potesse venire il sublime come errore.
Se fosse più vicina alla morte di un nido abbandonato nel fango di ottobre o
di una spuma d’onda; un’incomprensione della convenzionale accettazione di
un transito, istintività deviata di propagazione, difetto di visuale come un
occhio dal nervo malato che sfochi i primi piani, un orecchio sensibile solo agli
acufeni tanto da confondere nel cervello la percezione del reale.
Se i poeti per ciò si riconoscessero senza potersi accoppiare, incapaci di
lasciarsi in eredità, muli sterili assediati di visioni, separati: se fosse un difetto
dell’amore, come un gene zoppo, una mancanza partorita, quest’arte?
Se fosse sintomo di un fantasma nella mente?


FANTASMI: L’AMANTE
Amore mio se tu esistessi vedremmo lontano ognuno con i propri occhi, ci
risuonerebbe dentro il mare, a te quieto, a me in tempesta, non avremmo
bisogno di conoscerci per stare vicini, non sogneremmo mondi di plastica per
fingerci vivi, non moriremmo in una caverna, faremmo viaggi lontani in posti
diversi, scriveremmo solo di luce e di acqua, non avremmo bisogno di
propagazione, saremmo api e stelle marine, sarebbe il tempo ad aspettarci,
non saremmo nulla se non soli, se tu esistessi amore.


padri nostri che state in terra
non vi perdoneremo il seme
non avremo compassione
che di noi stessi, per gli specchi
che a vostra immagine
avete generato. dalla terra
apprenderemo un abbraccio
quando dei vermi sapremo
la regola dell’esistenza.
dateci oggi un gesto insano
a chi è terra nel silenzio
mentre tutto ride, intorno.


con la mano nella tua mano
contavamo le formiche
risalire un tronco morto
in un tempo lunghissimo
che non abbiamo avuto





Con Fantasmi, spettri, schermi, avatar e altri sogni, suo terzo lavoro nel giro di
poco più di quattro anni, Claudia Zironi compie un ulteriore passo in avanti
nella costruzione di una poetica personale quanto autentica.
L’idea di poesia che presenta nelle sedici sezioni in cui è diviso il libro, mostra
infatti una complessità e una stratificazione del pensiero in piena continuità
con i titoli che lo hanno preceduto, ma anche una spinta in avanti per quanto
riguarda caratura e maturità del dettato.
Se in Fantasmi, spettri, schermi, avatar e altri sogni risiede ancora la messa in
scena, sempre aperta, schietta, priva di infingimenti, di un desiderio che è sì
erotico, ma anche di relazione alta, di congiungimento attraverso il pensiero
della persona amata eppure fantasmatica, ecco appunto presentarsi con
maggior forza e compiutezza rispetto a Eros e polis una riflessione sulla
perdita totale di fisicità per quanto riguarda l’esistenza umana. Un venir meno
che è e resta tragico patrimonio dei nostri tempi, quindi non ancora
sperimentato appieno in tutta la sua potenza, quindi ancora da pensare, da
ragionare.
Zironi guarda al distacco che si crea fra corpo e corpo, fra il bisogno di
contatto e il nascondersi dietro quelli che Francesca Del Moro nella sua
prefazione stigmatizza come “i frutti di più recenti evoluzioni tecnologiche:
computer, tablet e smartphone”. Ma in questo distacco intravede l’elemento
del desiderio che ancora muove l’uomo, cioè il voler appartenere alla materia,
non all’effimero. Perciò l’autrice afferma di trattare “lo schermo, questo
simbolo della nostra epoca, che pilota e annienta la fantasia, che si sostituisce
alla volontà e ai valori, che sta mutando molto più profondamente di quanto ci
si renda conto i nostri comportamenti sociali e artistici e sentimentali, come
oggetto nella sua funzione specifica, ma anche come prisma che filtra e
deforma la realtà: amore, eros, rapporto umano”.
Libro ricco di rimandi e citazioni, Fantasmi, spettri, schermi, avatar e altri
sogni non si ferma solo a questo specifico: nel suo essere estremamente
composito quanto pluristratificato nelle indicazioni di senso, nello sviluppo dei
temi, ha l’ambizione di abbracciare un campo vastissimo di tematiche
(“L’amore e la morte, la carne e il linguaggio, l’osservazione della
fenomenologia fisica e il suo compenetrarsi con la metafisica, i tributi alla
filosofia, all’astronomia e alla fisica, la negazione della verità e della storia,
echeggiano contro le pareti della caverna platonica in cerca di un punto di
rottura che le mandi in frantumi” conferma l’autrice) come ad abbracciare il
mondo, che sempre più sembra voler sfuggire a un giusto desiderio di
matericità, di fisicità.

domenica 1 giugno 2014

La barba d'oro di Godot

Titolo: La barba d’oro di Godot. Profili di poeti e artisti del nostro tempo
Autore: Augusto Benemeglio
Editore: Edizioni DivinaFollia
Collana: Fuorionda
Prezzo: € 15.00
Data di Pubblicazione: 2014
ISBN: 8898486286
ISBN-13: 9788898486281
Pagine: 246
Reparto: Studi letterari > Storia e critica della letteratura > Studi letterari di carattere generale

Anna Maria Curci legge Augusto Benemeglio



Augusto Benemeglio, La barba d’oro di Godot
Villaggio Cultura – Pentatonic, 1° giugno 2014
Quando penso ad Augusto Benemeglio la prima associazione che mi viene alla mente è una scena dal teatro nel film Chiedimi se sono felice. I tre amici Aldo, Giovanni e Giacomo, tra battute, disavventure, comici malintesi e ‘trentini’ notturni a basket, tentano di allestire una versione propria, senz’altro originalissima, di Cyrano de Bergerac. Ecco, la scena del saluto iniziale tra Cristiano e Cyrano nella messinscena che  ben rende l’atmosfera – talvolta guascona, sempre piena di vita e attenta al dettaglio che ad altri sfugge - di serissimo gioco del teatro, ché dietro l’apparente caos, l’allegra o torva confusione, c’è un pensiero che tende al sistema e che è nutrito e reso consistente e durevole da passione e ricerca.  Qui al Villaggio Cultura–Pentatonic abbiamo avuto modo di conoscere Augusto Benemeglio come autore di originali – che lui ama chiamare “recital” – ricostruzioni delle vicende artistiche e biografiche di Federico Fellini,  Rocco Scotellaro,  Fabrizio De Andrè, come animatore dell’incontro sul brigantaggio nel Meridione; alcuni di noi hanno avuto modo di assistere, o perfino di partecipare, alle rappresentazioni del gruppo da lui creato presso il Teatro “Don Mario Torregrossa”. La passione che Augusto profonde in tutto quello che fa e organizza è grande e contagiosa.
Ora, in questo volume che presentiamo oggi, La  barba d’oro di Godot sono raccolti alcuni esempi della sua attività instancabile di lettore e di affabulatore. È giusto dunque, innanzitutto, introdurre alcuni dati della sua biografia, come ce li riporta Abele Longo nella sua prefazione a La barba d’oro di Godot.
«Conosciuto anche con il nome d’arte di Augusto Buono Libero, Augusto Benemeglio nasce a San Buono (Chieti) il 22 agosto 1943. Presto orfano di madre, vivrà a Roma con la nonna paterna mentre il padre, e a cui dedicherà il poemetto Ultimo tramonto in Sudafrica (2008), si trasferisce in Sudafrica. Si arruola in Marina e nel 1977 sbarca in quella che sarà la sua terra elettiva, il Salento, a Gallipoli, città di molti dei suoi libri, come il romanzo L’isola e il leone (1984) e la favola L’isola della luce (1992), oltre che di lavori teatrali come La Santina di Gallipoli (1994).
Lavora come giornalista, per diverse riviste e per una televisione locale, e mette su una compagnia teatrale di attori non professionisti con la quale girerà in lungo e in largo la penisola salentina. Una volta in pensione, ritrova le sue origini romane trasferendosi ad Acilia, dove continua la sua fervida attività di scrittore e riprende la passione per il teatro, fondando il Gruppo Recital 2010. Un gruppo, come dice Augusto, nato dalla “fusione casuale e arbitraria di spregiatori della quiete, del fratello fuoco e della sorella televisione,” di gente assolutamente fuori “dalla mischia degli intellettuali”. Un gruppo che rispecchia lo spirito del suo fondatore, fuori dagli schemi, allergico alle correnti e alle etichette, profondo conoscitore delle debolezze umane e del ruolo consolatorio, e perciò prezioso, dell’arte.»
Il tratto, inconfondibile e anticonformista, che accompagna tutte le manifestazioni pubbliche e, per noi che proviamo riconoscenza per la sua amicizia, private di Augusto Benemeglio, si ritrova negli scritti raccolti qui. Mi piace metterne in evidenza tre aspetti: lo sguardo del lettore e affabulatore, che naviga con provata esperienza nelle acque comuni e altrui, si immerge, affonda le mani in materie affini e oscure; l’attenzione ai luoghi; il collegamento, agile e argomentato, alle grandi voci della letteratura in particolare e dell’arte in generale.
Augusto Benemeglio sa volgere uno sguardo attento ed esperto, si è detto, all’altro e all’altrui materia dei sogni. Non è uno sguardo distaccato, non disdegna l’empatia, ma è pur sempre lucido e sa rendere con enunciati chiari e significati la sostanza di quei sogni,  le caratteristiche di ciascuna scrittura. Scrive, ad esempio, di Narda Fattori:  «si dimostra una che non cerca consolazione e lacrime dalla poesia, ma piuttosto il destino della verità, per quanto dura e spietata possa essere. È un tipo che vuole andare avanti, approfondire, bruciarsi in questo gioco che diventa vita. Predilige tutto ciò che si fende, si spezza, che è rigido, duro, “virile”, pur nella sua stupenda femminilità»; e, ancora, di Pasquale Vitagliano, in un passaggio che ben mostra il talento di Augusto nell’evidenziare gli ‘universali’ della poesia: «E tuttavia rimane il mito che alla fine ci salva. È il mito della scrittura, l’utopia. Un sentiero difficile e doloroso da percorrere, ma che Pasquale ha voluto intraprendere con una certa determinazione. È un requiem senza tenebre, dove il cuore si fa cenere»; della poesia di Lorenzo Poggi afferma: «Una poesia che sembra presa dal Qoelet, il libro della Bibbia più enigmatico (e pericoloso) che ci sia. Mi ricorda l’ultima voce di un uomo che con la sua tristezza insanguinò il vento. E allora tutti gli angeli persero la vita. Fuorché uno, ferito, con le ali mozze. E quell’angelo divenne il poeta. Anche Lorenzo Poggi è un poeta dei nostri tempi, che vive il presente perpetuo nelle sue ossa e nell’anima, in mare aperto».
Degli autori presi in esame viene sempre sottolineato il legame con i luoghi d’origine e di adozione. Nel caso di Annamaria Ferramosca, ad esempio, è la capitale, terra d’adozione a rivestire un ruolo di primo piano: «Ma Annamaria è cittadina del mondo, soprattutto cittadina dell’Urbe: “è in Roma babelica/ che vivo immersa nella calca” e viaggia spesso in Metropolitana, che ricorda un po’ la Circolare rossa cardarelliana degli anni Quaranta. Anche lei guarda visi di uomini e donne, “Tra foglie e nuvole, a tratti / Eur, Magliana, San Paolo, mi dileguate /  quest’aria nera di gallerie romane, / siete ridenti, oggi, in abiti e parole…”».
Con Ivano Mugnaini, invece, è la nativa Viareggio a far sentire la propria voce: «Mugnaini è uno di Viareggio, che conosce bene l’arte delle maschere e delle sfilate dei carri carnascialeschi sul lungomare, il galoppo dell’onda sulla battigia invernale, coi suoi ossi di seppia, le statue scolpite dal vento e la danza del mare; uno che è “ancora” toscano e conosce l’arte della Lingua Italiana e della Parola, che è “l’unico strumento che media mondo e sentimento e, allora deve essere perfetta”. Se saliamo un poco più su, siamo già in altre terre, in culture diverse, di frontiera».
Infine gli accostamenti ai grandi della letteratura e dell’arte, in una visione d’insieme, dal respiro ampio e dalla vista acuta, dalla conoscenza profonda e dall’udito sensibile a rime, ritmi e timbri, dall’eloquio privo di falsi timori e, anche in questo, controcorrente. Non manca, in queste associazioni, il gesto teatrale. Eppure esso è sempre funzionale all’argomentazione, non è mai istrionica boutade, mai fine a se stesso.
Augusto Benemeglio legge insieme Doris Emilia Bragagnini ed Emily Dickinson: «Doris non cerca di abbellire se stessa, né adornare la propria spiritualità, si descrive com’è, come farebbe una Emily Dickinson dei nostri tempi […], e che tuttavia, pur rimanendo tappata nella sua stanza, senza voler incontrare nessuno, farebbe uso anche lei del computer, e magari si farebbe un blog tutto suo, come Doris, e cercherebbe dei contatti con altre persone sensibili, con i frequentatori di quel nulla infinito e misterioso che è la poesia».
Per Dominique Villa, che accosta a Mallarmé e a Lautréamont, Augusto Benemeglio scrive: A Dominique non avevo detto nulla di un vago accostamento con Novalis (il poeta è un puro acciaio duro come la selce), il poeta che flirta costantemente con la morte […] Questo precipitare mi rimanda a tanti poeti […]. Da Hölderlin, vagabondo per le strade del mondo, o chiuso come un pazzo […] nella torre sul fiume, a Baudelaire paralizzato, cieco da un occhio, che articola a fatica le labbra per dire con un filo di voce: “Bonjour Monsieur”; da Verlaine, tra i rifiuti di Parigi, che contende cicche ai barboni, alla Cvetaeva, coi capelli incollati dal sudore e dal fango, morta di fatica e di disperazione, che sale su una seggiola, getta una corda sopra una trave e s’impicca… a Esenin, che va a morire, senza più identità, né contadino, né borghese, in un bagno pubblico di Mosca, a Pavese, con il suo vizio assurdo[…]. E la poetessa sembra che sia lì, presente e lo descriva chirurgicamente prima del gesto ferale».

giovedì 28 marzo 2013

Fabrizio Centofanti

YEHOSHUA
 
Editore Clinamen
Collana Il diforàno
Formato Libro
Pubblicato  25/01/2013
Lingua Italiano
ISBN-13 9788884101907


Recensione di Augusto Benemeglio



“Nulla si edifica sulla pietra, tutto sulla sabbia, ma noi dobbiamo edificare come se la sabbia fosse pietra”
(J.L.Borges) 

1.La Basilica
 “Yehoshua ” di Fabrizio Centofanti , editrice clinamen, 2013, è un romanzo scritto con la penna intinta nel proprio sangue, un po’ come faceva Van Gogh con i suoi dipinti. Scrive l’autore: Vorrei occhi che potessero vedere. Un cuore che sappia ascoltare. Vedere Dio con la mia carnee, secondo me, queste tre cose si sono avverate, realizzate, concretizzate in questo libro, che ha in sé anche una componente da thrilling sacro,  un po’ com’è  il Vangelo di Marco – ripete spesso lo stesso autore dall’ambone – che finisce con le donne che  “ fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e di spavento. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura.”
Del resto, l’incipit del romanzo è già una dichiarazione d’intenti, in questo senso. In una Basilica imprecisata, - che si eleva nel cielo, col peso infinito della luce, col sudore della terra, che sale su, su, bruciante, fiammeggiante, che è una maschera sacra che consuma volti di pellegrini ignari, - una bomba è deflagrata, “pezzi di ferro, legno e carne umana che volano in ordine sparso nello spazio diventato incandescente, una nuvola dai contorni indefiniti che consuma tutto ciò che tocca, riducendolo in polvere ustionante”.(vds.pag.18)
Perché questo ennesimo attentato, questo terrore che non finisce mai di finire? Perché questa distruzione senza requie e senza pace? Perché  ancora morti, feriti, vittime innocenti, dolore e sangue?. .  Non si saprà, fino all’ultima pagina del libro, quando tutti i personaggi e i volti di questa folla anonima avranno un nome, si ergeranno, saranno rivelati, e i fatti narrati avranno il loro compimento, la loro fatale conclusione. 
2. Una sinfonia segreta
 “Yeoushua “ è  una storia inedita dove il presente è perpetuo; i canti, le lagne, le barbe, i mitra,  l’alto fulgore scolpito a martellate, le radure del silenzio, i fiumi,  le grida dei bambini, i pianti delle donne sotto la croce, le speranze  ritornano come un giorno perpetuo che fa un salto di  duemila anni. E’un romanzo unico intenso originale, con tanta potenza narrativa , tanta attualità e  tanto lirismo. E tuttavia, o forse proprio per questo, rimane fuori dal mondo editoriale-letterario, che, diciamolo una volta per tutte, è il regno della falsificazione e della mistificazione .
Questo libro è stato scritto come una sinfonia segreta, che utilizza diversi registri, alla maniera joyciana, il monologo interiore e il flusso di coscienza, la focalizzazione multipla per mezzo della quale il lettore viene coinvolto interamente nella verità della narrazione perché legge, metaforicamente, nel pensiero dei personaggi, abita nel loro inconscio. Facendo largo uso anche del flash-back, Fabrizio usa le parole come strumenti musicali: dal cadenzato e virile squillo delle trombe al lamento dei fiati e dei legni, alle pause quasi singhiozzanti degli archi, ai grandi balzi dei contrabbassi, la parabola, l’ascensione e l’agile arabesco dei violini.  Questo spartito musicale fatto di parole ha – l’abbiamo accennato –un inizio apocalittico, da danza infernale, da “Una notte sul monte Calvo”  di Mussorgskij, e poi si fa man mano canto di speranza e d’amicizia, onda potente di mare su cui naviga una barca, che continua ad essere il fragile incontro della parola con l’altrove.
“Dalla barca si comprende bene la complessità del mondo: lo stato liquido, la fluidità di pensieri e sentimenti cullati nel ritmo ipnotico della risacca, ma anche le tempeste improvvise e imprevedibili, che spazzano all’istante la costruzione paziente di una vita”(vds. Pag 24).

3. Lasciarsi abbracciare
Parole strappate al silenzio, all’angoscia del vivere, parole semplici del Vangelo che si rinnovano costantemente e rappresentano il versante della speranza, parole che “daranno luce ai giorni” per la scoperta di nuove terre, nuovi mari e nuovi cieli. Yehoshua “ha una parola capace di  smuovere le folle//. Dice che il bene cresce come un seme// Dice che tutto il potere non vale la visita a un malato, l’accoglienza dell’estraneo o del nemico; dice che la superbia dei capi si sbriciola di fronte all’affanno del prete di frontiera, perché il cielo ama ciò che i capi disprezzano” (vds.pag 150.). Parole scritte da un frequentatore dell’Assoluto, un tessitore finissimo di trame liriche, ma anche un uomo fortemente radicato nel suo tempo e nella storia,  direi  nei gemiti e nella spazzatura della cronaca  di tutti i giorni, a contatto diretto con la realtà sociale e umana più degradata, dei poveri, dei reietti, dei diseredati, degli ultimi, uno che da sempre cerca Yehoshua in tutti i luoghi possibili della terra. Dio, l’”Inafferrabile”, l’“Indicibile”, si incarna ancora una volta e si cala nella nostra realtà, nella cronaca  che vediamo tutti i giorni riflessa  nei telegiornali, sui siti internet,  su You tube,  che ci portano in casa i fatti e misfatti della Palestina, una terra devastata dagli attacchi di suicidi jihadisti, dalla guerra civile endemica, dalla paura del domani, sui cui ogni sera s’accende comunque la luna, che si alza all’improvviso, testimone involontaria di omicidi e guarigioni (pag.27)// La luna è luna dappertutto, ma sul cielo di Yerushalaym fa un effetto speciale. Forse è la concorrenza con la moschea di Omar, o perché è un pallone lanciato verso il cielo, una partita senza vincitori, uno scontro sanguinoso tra squadre che si giocano la vita ( vds. Pag 124). Ma anche stavolta le sue parole rimarranno inascoltate, incomprese:
-Yehoshua, ho paura che nessuno intenda.
-Eppure basta poco: è sufficiente rinunciare all’idea di Dio e lasciarsi abbracciare dal suo corpo.( vds. Pag.147)

4. L’utopista
Del resto, dalla penna di un incrollabile utopista che crede ancora nella bontà dell’uomo, nella sua redenzione, non poteva venir fuori altro che questo suonatore di oboe e di clarino, un arpista con la faccia da poeta, che si ricopre della polvere degli ultimi e si mette  in testa di cambiare il mondo. Un figlio del deserto e dei miracoli (o miraggi?) in un paesaggio da panno nero lacrime e zolfo, che si mescola a questa scrittura densa, rossa, da giorno delle palme e settimana di passione. Uno che percorre la via dolorosa e implacabile della luce e della polvere, del vino e della pietra; uno  che diventa amico delle fanciulle perdute come Magdelenne, o della dinamitarde come Avigail.
Yehoshua è un uomo strano (“Chi sei, Yehoshua?, voglio capirlo”), fermo nei suoi propositi, immobile, senza lamenti  pur nella feroce persecuzione, negli sputi, negli insulti, nella atroce tortura, nelle offese, uno che predica sulla cresta dell’onda, col mare in tempesta,  uno che disegna cerchi nella polvere e li cancella,  uno sbandato che si rifugia negli orti degli ulivi dove  suda sangue; un  predicatore da ultima spiaggia, da nostra Signora dell’altra Riva che ha una parola folle che fa scoppiare tutte le altre parole (- Che diritto di esistere può avere un culto che mette al primo posto il fasto degli abiti, lo scintillio dell’oro, dietro i quali s’indovina la bava immonda dell’ambizione, il desiderio di potere? – vds. Pag.149);  insomma, un uomo assurdo, paradossale, un cacciatore implacabile di utopie, che vuole salvare l’uomo, come il suo autore, fatto di sogni, tenerezza, fragilità e  disperazione; ma è anche una roccia ardente, che sa di  fiamma  e vapore acqueo, uno che cerca il martirio a ogni costo…  Come si può andar dietro a  questo anarchico,  questo sbandato che  divide il pane,  rialza i paralitici e risuscita i morti; ma rimane tuttavia un improvvisatore, un estemporaneo, un poeta che ha i piedi nell’aria, uno che non sa nulla di politica economica, che non ha uno straccio di progetto per il futuro.  Una sorta di “Che Guevara”  della Palestina, un rivoluzionario senza mitra, senza spade e pugnali, ma – chissà perché - dicono sia  pericoloso perché parla di uguaglianza, di dignità umana da difendere contro tutti e tutto, dei diritti dei diseredati,  e  perché  si fa scaglia contro gli abusi del potere, la difesa degli interessi e i privilegiMa cosa vuole questo Yehoshua da noi?, Vuole tutto, perché dà tutto, e senza di lui non siamo niente.

5. Confessione di un prete-poeta
Lui è più luminoso del sole, è come un mare pieno di braccia, ogni sua carezza dura un secolo. E’ un’architettura di suoni melodiosi. Vicino a lui ci si sente vivi.
Ci si riposa nella certezza immobile e abbagliante, semplice e immensa, di una verità: noi siamo eterni, non moriremo mai.  Yehoshua porta dentro di sé un fuoco, una luce, una fede. E Le fedi sono fiamma oscillante davanti alla faccia della morte: il male e il bene si guardano negli occhi per capire a chi tocchi l’ultima parola. Forse non altro è Dio / che questa piena felicità,/questo fermo guardare/ la vicenda che si eterna/ a un accordo invisibile. L’avvento è dove nell’orbita/s’innalza la coscienza d’esistere/  nella luce ove il cielo s’inarca/ e tocca il mare, /dove volano  creature pazze ad amare/ il viso d’Iddio caldo di speranza . E’ questa l’intesa fluttuante con tutto il creato, con la natura cordiale di certi momenti di grazia, quando ognuno è un po’ parte dell’altro, quando si è amici perché inscindibili da qualcosa di  comune e di immenso, e ci si chiede dove possa risiedere l’amore…”forse è una dolcezza che chiede intervalli aspri”, scrive Fabrizio.
Questo romanzo è anche la confessione di un prete-poeta “per sempre”: “Io sono tutti voi, sono una comunità, sono un  popolo intero. Certo è che devo pagare per tutti, devo pagare in termini di sofferenza e pena, di dubbi, angosce e disperazioni, di incontri-scontri con un Dio che ama e soffre, che lacrima sangue, coinvolto com’è nella pena e nella storia dell’uomo e del suo peccato, delle eterne attese e speranze dell’uomo…

6. La Bellezza
Nella Palestina di oggi, melagrane ferite d’anni e grani neri, cremisi e violetti e spazio fessurato, cicatrici di sale sulla fronte, tracce rosse, vesti dell’incendio, continua l’avventura della coscienza cristiana, sempre in conflitto tra lo spirito e la lettera del Vangelo (“Finché  non fa male, il Vangelo non è quello giusto”, ripete sempre Fabrizio), tra l’obbedienza alla chiesa e la libertà della propria personale ricerca, tra la verità rivelata e l’attesa di una verità che debba ancora manifestarsi.
“ Dalla ferita nasce il nuovo”, è un altro motto di Centofanti. E tutto ciò s’incarna in una realtà storica come la nostra che porta i segni della maledizione: l’apparire, l’avere , l’indifferenza e l’egoismo.  Di qui il grido che sale dal sangue e dall’anima, dalla carne e dallo spirito, che promana dalla stessa sconfitta dell’essere e dell’esistere, ossia dalla disperazione dell’uomo – che è disperazione di Dio e della Croce – di cui il poeta si fa interprete: “Quali abissi/ di spazio e tempo, in te/ e quanta vita e quanta morte/stanno in un solo palpito d’amore! / Tu hai, al centro esatto del cuore, /per virtù di fede e d’arte, / la “gioia”, anzi “l’inno alla gioia”,/  che si dilata fino agli orli del proprio essere, / nella purificazione del dolore,/ in una nuova armonia di luce, in vibrazioni di spazi illimiti,/ nel crocevia di arcane animazioni dello Spirito. La Poesia, – che è in te e nasce dal gemito della storia/ e si fa evento, inverandosi nel futuro, – può dire, come Dio: “Io sono” è il mio nome// Sono la bellezza che vi salverà/ l’inascoltata e “inutile” bellezza.
Chi conosce Fabrizio sa che la sua anima è impervia e colma di stupore, sa  che riversa in tutti i suoi scritti; in ogni sua parola la musica e il fuoco ardente di una coscienza implacabile; sa che tutta la sua vera sapienza sta nell’oro del cuore; lo sa, e lo ama per questo, per quella sua costante preghiera del silenzio che è poesia, che si fa evocazione, annuncio, evento, profezia, fino a identificarsi con Dio. Chi lo conosce sa dell’ansia di giustizia e di rinnovamento che lo pervade, delle sue sofferte immersioni nella realtà di tutti i giorni, per  modificarla e trasformarla, farne una grande avventura cristiana, un campo di mille  papaveri rossi. E in Yehoshua, forse il suo capolavoro, tutto ciò lo ritroviamo  intatto, anzi  come accresciuto,  amplificato, fortificato.

7. L’inferno siamo noi.
In questo libro Centofanti traffica ai margini della storia universale e del Caos, è creazione allo stato puro, non ci sono compromessi, né strizzate d’occhio al lettore, tutta la sua magia, il suo filo d’Arianna, che è l’impegno, l’applicazione, il costante e duro artigianato da  falegname della penna, che fa ogni notte  esercizio di catechesi squarciando il proprio cuore, il suo pudore, la sua angoscia, le sue ferite, la sua trepidante e indomita anima che attraversa i confini dell’oltre con un battito d’ali di farfalla per srotolarsi come un tappeto davanti ai nostri piedi, ai nostri occhi  smarriti e increduli. Lui lo sa bene che l’inferno e il paradiso sono divisi da una sottile linea grigia, che non è ombra, né luce. “Nessuno sa la luce /che balena alla murata/ quando una rosa è nata/sul pianto della terra. Oh, potessimo morire così, nel vento/quando cadono i fiori dei ciliegi/ guardando oltre lo steccato/sopra i muri dell’infanzia/a farci eterni!”
Fabrizio lo sa (e spesso ce lo dice) che possiamo e dobbiamo salvarci tutti assieme, rimanendo abbracciati, perché – come amava ripetere don Tonino Bello – “abbiamo un’ala soltanto e possiamo volare solo rimanendo abbracciati// Noi siamo un fiume solo/ e se uno ha peccato siamo tutti feriti”. E quella sua costante ricerca, quel suo senso forte di “comunità”, di fratellanza, di cammino da fare insieme, uniti , mano nella mano, fiato a fiato; appreso dal suo maestro e predecessore, è travasato anche in questo libro. Ci manca un sentiero, una strada da percorrere, ed è forse questo il dramma dell’uomo nella storia, la disperazione dell’uomo d’oggi che sembra essere senza futuro. Il nostro è il tempo dei poeti senza ascolto e dei profeti senza Dio.
Per noi, tutti noi, che resta?, e che infinito ci salva?...  Ma in realtà chi siamo noi?, s’interrogava Calvino, chi è ciascuno di noi se non una combinatoria di esperienze, d’informazioni e di letture, d’immaginazione? E mentre si poneva tali domande già andava elaborando quella sua idea di utopia pulviscolare che avrebbe trovato  la più compiuta espressione nella pagina conclusiva delle città invisibili, dove dice “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà, se ce n’è uno; è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme”.
La vita è bella, ma noi la viviamo male. Trasformare questo inferno “degli altri”, di matrice sartriana, in un paradiso, - ci dice Yehoshua-, dipende solo da noi, dalle nostre scelte, dalla nostra volontà, dalla nostra pazienza, dalla nostra capacità di conversione; il paradiso è quando si accende un seme, e ogni parola palpita, quando ci teniamo per mano, quando ci guardiamo negli occhi, quando ci abbracciamo e gli universi si sgranano.



8.Il complice
Ma ci sono anche le tentazioni, i tradimenti, la morte. Yehoshua va nel deserto e  viene tentato, chiama a sé i discepoli, pescatori, viene travisato, viene tradito, opera miracoli, parla in parabole, muore,  senza che vi siano, alla fine, troppi rimpianti, eccetto da parte di un pugno di fedelissimi.  La storia si rifà chiaramente al Vangelo di Matteo e Marco, ma anche ai vangeli apocrifi, e a tanti altri libri che Fabrizio ha letto tra i quali  mi vengono in mente il Cristo filosofo di Bulgakov, il Cristo poeta raffinato di Wilde, e il “Complice” di Borges: ”Mi crocifiggono ed io devo essere la croce e i chiodi/ Mi tendono il calice ed io devo essere la cicuta/ Mi ingannano ed io devo essere la menzogna/ Mi bruciano ed io devo essere l’inferno/ Devo lodare e ringraziare ogni istante del tempo/ Il mio nutrimento sono tutte le cose/ Il peso preciso dell’universo, l’umiliazione, il giubilo/ Devo giustificare ciò che mi ferisce/ Non importa la mia fortuna o la mia sventura. /Sono il poeta”
E poi c’è la magnifica Maddalena sul modello di  Gibran, che Fabrizio  rende una figura di altissima spiritualità, sublime, indimenticabile, una creatura che Yehoshua ama fin dal primo istante. “L’amore ? Ho amato, padre, non ho fatto altro, nonostante la persecuzione e la fatica, ho condiviso tutto con chi mi odia e mi vorrebbe morto. Ho rischiato di perdermi ogni giorno nei meandri delle anime, nei sogni e gli incubi di chi mi ha avvicinato. Fino al giorno in cui ho incontrato, padre, gli occhi che sai .Per un momento ho vacillato. Per un momento, padre. Ho pensato di trovare lì, per un momento, quello che cercavo. Ma quando vorrei lasciarmi andare, penso che l’ami come me, e non è giusto che la porti via, che finisca con sottrarla alla tua luce. Allora ricordo anch’io quanto mi ami. E capisco che possa amarla, padre, anche di più; che possa amarla, e basta”(vds. Pag114).
Yeoushua  è stato il più formidabile colpo di gong nel millenario rumore delle agitazioni del mondo, ma  nonostante il suo straordinario fascino, pochi hanno capito chi veramente fosse.
 Chi è Yehoshua?
- Bisogna camminare molto per raggiungerlo: terre piene di sassi ed erba alta, sotto il sole a picco; tunnel senza luce dove si va a tentoni, sperando di non precipitare in qualche buca. Altre volte ti viene incontro come il profumo della resina o il vento che soffia tra le rocce. (vds. Pag.68)

9. Vedere Dio con la mia carne.
La sua follia e il suo scandalo, la sua folle rivendicazione della giustizia e dell’amore,
la sua scandalosa intenzione di fondare l’uomo sulla libertà e sulla dignità non si comprendono col metro della razionalità e dell’orgoglio... Bisogna  sempre  ascoltare il cuore, bisogna ripetere tutti i giorni il “Padre Nostro”, che unisce tutti gli uomini in Yehoshua, bisogna ripetere quelle semplici e mirabili sessanta parole con cui ci ha insegnato a parlare con Dio e con gli uomini. Tutto di noi stessi è  in un viaggio costante. Nulla è perso/ nel dolore che fascia l’universo. Ci sono pietre di lacrime/ che nessuna tenerezza scioglie…
Troppi muri nel mondo. Ogni Muro ha una sua storia, una sua giustificazione ma ognuno di questi muri racconta di un fallimento// Il Muro occidentale è una pagina bianca su cui l’erba selvatica scrive le sue lettere. (vds. Pag130)
E siamo arrivati alla fine di questo romanzo con una sua sonorità, una sua denuncia forte che non può raccontarsi,  un romanzo della nostra storia di oggi  e di sempre, dove il messaggio di Yehoshua sta attraversando paesi e continenti: ovunque si parla di dignità e di libertà: popoli che finora piegavano la testa ai dittatori si stanno rivoltando; le inchieste sull’immoralità della politica si moltiplicano come non era mai successo( vds.pag.130).
E’ un libro pieno di nobiltà e di tristezza  composto di una poesia smisurata, una “Smisurata preghiera”, un po’ alla De Andrè che Fabrizio ama molto, ma anche di smisurata pietà di noi stessi, che ci troviamo sempre di fronte a una pietra, che spesso è d’inciampo, ma può essere anche di salvezza.
 “Soldati col fucile automatico accucciati dietro un cumulo di pietre, folle di fedeli prostrati nella stessa direzione, la massa bianca e grigia delle case, l’oro della cupola, l’incenso nel grembo scuro del santuario, la donna che accarezza la tomba, non est hic, se non è qui, dov’è? " (vds. Pag.39)
I giudei giudicano Yehoshua dall’apparenza, che  è quella di un uomo. “Essi – scrive Sant’Agostino - non vedono  risplendere nella carne la gloria del figlio di Dio”.
Vorrei occhi che potessero vedere... Un cuore che sappia ascoltare...
Vedere Dio con la mia carne. 


Roma, 25 marzo 2013                            Augusto Benemeglio